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sabato 25 maggio 2013

La masturbazione verginale



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Cari Illuminati,

mi chiamo Mara, ho 36 anni e vorrei sottoporvi quello che per me sta diventando un problema: spero, col vostro aiuto, di poterlo risolvere o di riuscire a riconoscerlo come un’ordinaria vicenda della vita. Da sempre il mio più grande desiderio è di formare una famiglia e di avere dei figli: credo sia normale, per una donna, voler trovare così la sua realizzazione, in modo da potere anche, in tale maniera, crescere delle nuove creature nella fede cristiana.

Purtroppo finora non sono riuscita ad incontrare l’uomo con il quale condividere questo progetto. Ho avuto due fidanzati (il primo dai 19 ai 24 anni, il secondo dai 27 ai 29 anni), ma con nessuno dei due ho provato quell’affinità che sola può trasformare una coppia in una santa alleanza. Mi rendo conto che il Signore ha per ciascuno una strada segnata e può darsi che la mia non sia quella che conduce al matrimonio: ma intanto sento questo desiderio dentro di me fortissimo e lo sento crescere giorno dopo giorno: soprattutto per questo non riesco, nonostante le preghiere, a interpretare la volontà del Signore. Perché darmi questo desiderio inesausto, se non riesco a realizzarlo? Inoltre non posso attendere ancora molti anni: per fare figli occorre anche essere abbastanza giovani e non vorrei incontrare l’uomo giusto a 40 anni, quando potrei non avere più le capacità fisiche.

Come vedete, sono nel dubbio e nell’ansia. Inoltre, e mi vergogno nello scriverlo ma voglio essere sincera con voi, desidererei provare il piacere fisico che si accompagna all’amplesso coniugale e che alcune amiche sposate mi dicono essere, quelle volte che riescono a ottenerlo, bellissimo. È una cosa naturale, quello che chiamano orgasmo, e credo non sia peccato desiderarlo.

Ogni tanto mi càpita, del tutto involontariamente, di sentire qualcosa che secondo me è il preludio a quel piacere fisico di cui parlano le mie amiche: magari guardando un film o immaginando il volto e il corpo di colui con il quale vorrei condividere la vita, provo – e pur arrossendo al solo pensiero, voglio dire tutto sinceramente per avere da voi una risposta chiara e precisa – uno strano formicolio sulla pelle, la vagina si inumidisce, i capezzoli si inturgidiscono, il respiro si fa affannoso e, stringendo le cosce, sento un calore che inizia a irradiarsi all’interno del mio sesso. Allora mi alzo, respiro a fondo, mi lavo la vagina con acqua fredda, cambio gli slip che sono intrisi di una sorta di umore vischioso e piano piano questa cosa passa e torno la ragazza di sempre, che cerca il suo destino ma che è disposta ad accettare la volontà del Signore, anche se sarà diversa dal suo desiderio. Ma come capire la volontà di Dio? Grazie.

Mara
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Sorella Mara,
amatissima nella fede, le questioni che poni sono due.

La prima si risolve brevemente. Io non so se tu sia troppo esigente, nella ricerca dell’uomo della tua vita, o se quelli che incontri sono dei lazzaroni debosciati, dei tipacci dediti solo alla ricerca del piacere o degli eterni mammoni indecisi, come purtroppo succede spesso, data la morte del Padre nella nostra società: per saperlo, dovrei conoscerti. Quindi quello che ti posso dire è: se incontri un uomo che non sia troppo imbecille, che abbia uno spirito passabilmente cristiano, che non sia orribile al tatto e alla vista e che sappia farti sorridere almeno una volta al giorno, sposalo, ché poi il matrimonio è al 90% abitudine; se poi fai due-tre figli, stai sicura che non avrai tempo di pensare all’orgasmo: è già tanto se arriverai viva la sera. Quindi buttati e lascia fare al Signore.

La seconda questione è anch’essa semplice, ma richiede qualche parola in più. Come tu ben sai, il corpo è il tempio dello Spirito e quindi non dobbiamo insozzarlo o danneggiarlo. Però bisogna intendersi sulle parole. Dio ci ha creati capaci di orgasmo e quindi l’orgasmo può essere puro, se esperito nel modo giusto. È come la lingua: la puoi usare sia per lodare il Signore o per insolentire il fratello. Eppure la lingua è sempre la medesima. Quindi, un orgasmo ottenuto con la violenza, la minaccia o la costrizione fisica o morale è peccato, perché Dio ci ha creati liberi; così come vivere per avere orgasmi uno di seguito all’altro è peccato, perché non avremmo il tempo di lodare Dio e di servire il prossimo, oltre a trasformare il nostro corpo in una macchina inconsapevole.

Ma se l’orgasmo è frutto della purezza e della carità verso di noi e verso gli altri, Dio gioirà con te e benedirà il godimento del corpo. Tu ora non puoi arrivare all’orgasmo tramite il pene maschile perché non sei sposata e quindi da quella parte lì non c’è nulla da fare: non ti resta che la masturbazione. Che è perfettamente lecita: Dio, nella Bibbia (Gen 38, 6-10), condanna Onan non per essersi masturbato, ma per aver praticato il coito interrotto come mezzo di contraccezione; non è la masturbazione in sé a essere peccaminosa. E così il sesto comandamento non impone di astenersi dagli atti impuri, ma di evitare l’adulterio (“Non commettere adulterio”, si legge in Es 20, 14; e Gesù ricorda, in Mt 5, 27-28: “Avete inteso che fu detto: «Non commettere adulterio»; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”). La faccenda della proibizione degli atti impuri è una manipolazione successiva alla vita di Gesù, forse dal 50 d.C. (Concilio di Gerusalemme): quindi, come vedi, è una costruzione del tutto umana, non certo divina. In ogni caso, comunque, Dio condanna solo la masturbazione maschile e solo se c’è dispersione di sperma; Gesù, poi, non spende una parola sull’autoerotismo, segno che non lo considerava rilevante (Gesù stesso si masturbava, come – se vuoi – ti spiegherò in altra sede).

Tu, comunque, essendo donna, non hai sperma ma solo umori vaginali e uretrali e quindi non ci sono problemi nel praticare la masturbazione, purché non diventi un’ossessione psicotica. Ma una manipolazione del clitoride o l’inserimento di uno o più dita nella vagina fino a raggiungere l’orgasmo, anche un paio di volte al giorno, va benissimo. Certo, il Catechismo della nostra Madre Chiesa (C.C.C., n. 2352) dice che la masturbazione è peccato, ma è una prescrizione che riguarda solo le persone che possono procurarsi il piacere sessuale in altro modo, come gli sposati (vedi Michael Angelus Grippini, Animadversiones in Benedicti 11. gloriosae recordat. Dinas Constitutiones de non absolvendo complice peccati contra sextum decaloghi perceptum commissi, Bononiae, apud Lonchi & a Vultae impressores archiepiscopales, 1763, pp. 456-477). La donna che non sia sposata (e non per sua colpa, com’è il tuo caso) può tranquillamente masturbarsi, davanti e dietro. Anche la donna sposata con un marito assente o impotente può praticare la masturbazione e rimanere in grazia di Dio.

Ma c’è un argomento ancora più forte, a favore della liceità della masturbazione. La Verginità perpetua di Maria è un dogma della nostra Fede dal Concilio di Costantinopoli del 553: il pene di Giuseppe, infatti, mai s’insinuò nella sua vagina (“Se qualcuno afferma che la santa gloriosa e sempre vergine Maria solo impropriamente e non secondo verità è madre di Dio […], costui sia anatema”, VI anatema del Concilio). Ma questo non vuol dire che la Madonna non si masturbasse, tutt’altro: come ha evidenziato Giovanni Cappelli, Autoerotismo. Un problema etico-morale nei primi secoli cristiani, Bologna, EDB, 1886, pp. 44-77, la masturbazione, se non praticata con oggetti che lacerino l’imene, lascia quella membrana intatta e quindi il dogma cattolico della verginità perpetua della Madonna non è incompatibile con l’attività masturbatoria di quest’ultima. Nel Vangelo apocrifo degli Ebioniti, secondo una controversa traduzione (Sakari Häkkinen, Köyhät kerettiläiset: ebionit kirkkoisien teksteissä, Helsinki, Suomalainen Teologinen Kirjallisuusseura, 1999), si legge che a Nazareth “molti andarono a protestare dal rabbino Aznachiele, perché dalla casa di Giuseppe si sentivano spesso provenire grida e lamenti, simili a quelli di una pubblicana quando è posseduta da uno o più abitanti di Gerico [i Gericani erano noti per avere membri grossi e nodosi, N.d.T.]: e ciò disturbava le attività circonvicine e lasciava nella costernazione grandi e fanciulli. Aznachiele bussò alla porta di Giuseppe e apparve Maria, rossa in viso e ansante, la quale disse che era sola in casa e che mentre raccoglieva acqua dal pozzo del cortile, le era caduto il secchio sul piede e per questo aveva urlato”. Ora, è provato che nella casa di Giuseppe non vivevano né pubblicani né Gericani e che il pozzo più vicino era dietro la sinagoga; dando per certo che Giuseppe non si congiungeva carnalmente con la sua casta sposa, ne consegue, necessariamente, che era la Madonna che si masturbava e che ricavava anche molto piacere dall’operazione.

Non è nemmeno improbabile pensare che San Giuseppe collaborasse con la moglie, praticandole il cunnilingus e l’anilingus, così da aumentare il piacere alla Madre del Signore: in un passo successivo dell’apocrifo sopra riportato, si legge – anche se il testo è lacunoso: “E arrivò un giorno in cui le urla e i gemiti salirono fino al cielo, al punto che il Sommo sacerdote mandò il Cireneo ed Eméro (figlio di Giuda, nipote di Betsabeo della progenie di Zaccheo della stirpe di Davide) a controllare che nella casa di Giuseppe non stessero sgozzando un capro nel tempo proibito: bussarono alla porta e Giuseppe, con le labbra e la barba luccicanti e stillanti di quello che a tutta prima pareva il liquido vischioso e appiccicaticcio che la donna secerne nelle sue parti impure quando il marito si congiunge con lei, si scusò con i messi, dicendo che stava costruendo una mensola di libreria per la casa che Maria di Cleofa possedeva sul Golgota e che si era martellato una falange per errore, erompendo così in strepiti di dolore”. Che Maria di Cleofa avesse una casa sul Golgota pare da revocarsi in dubbio: secondo gli esegeti si tratterebbe di una scusa, mentre in realtà san Giuseppe stava leccando la vagina della Madonna. In ogni caso, l’importante era che non perforasse con la lingua l’imene della Madonna, così da preservare intatta la possibilità di proclamare il dogma della verginità perpetua.

Vi sono Autori (vedi, per tutti, Shinoah Lettermayer, I am a mannish muff diving size queen, Boston, Maccademosh, 1976, pp. 121-156) che si spingono fino a ipotizzare che Giuseppe e Maria amassero particolarmente la stimolazione orale reciproca: la Madonna succhiava il pene di San Giuseppe mentre san Giuseppe mordicchiava le grandi labbra della Madonna, facendola venire in abbondanza – lo squirting era noto fin dai tempi di Assalonne. Questo parrebbe provato dalle reliquie, conservate a Cosenza fino al 1764, conosciute come “Labbra della Vergine” e “Santo bottoncino”. Non c’è da stupirsi: reliquie del prepuzio di Nostro Signore ce n’erano decine, e fino a poco tempo fa era rimasto quello di Calcata (si veda, per tutti: Racconto come fosse ritrovato il santissimo prepuzio di Nostro Signore Gesù Cristo nella terra di Calcata feudo dell'illustrissima casa Sinibaldi, in Ronciglione, nella stamperia di Clemente Mordacchini, 1759): anche le “Labbra della vergine” e il “Santo bottoncino” sono andati perduti, ma chi poté visitarli accuratamente (Nicola Vigorito, Memoria su di una straordinaria elefantiasi tuberosa della clitoride e delle grandi labbra: Letta nella Real Accademia Medico- Chirurgica di Napoli, Napoli, Stab. tip. di G. Gioja, 1865, vol. 1, 345-412) dichiarò che le grandi labbra presentavano tracce di piccoli morsi e una certa usura dovuta probabilmente a sfregamenti continui e che il clitoride aveva la tipica conformazione che esso assume dopo decenni di succhiamenti, titillamenti e schiacciamenti persistenti e diuturni.

La Madonna era vergine ma era consapevole che il corpo non è stato creato da Dio per la macerazione: sapeva trarne pertanto le delizie che tu finora ti sei negata. Ella godeva spesso e in gran copia, benedicendo il nome di Dio per questo dono magnifico e invocando il suo Santissimo Nome negli sconquassi e nel delirio che precede il godimento fisico. Pare che i suoi umori vaginali profumassero di violetta, anche se l’igiene intima, a quei tempi, non era granché tenuta in conto: per questo san Giuseppe beveva vogliosamente dalla Sacra Fessura della moglie i liquidi orgasmici che lui stesso provvedeva a far secernere, masturbandola con le dita e con la lingua; e lei, intinte le mani delle Santissime Secrezioni vaginali, se le spalmava sul Santo Seno e sui Vergini Capezzoli Turgidi, sì che il di Lei Sposo potesse leccarli e succhiarli, causandole intenso piacere.

Quindi, Mara, sorella carissima nella carità che ci unisce, attendi in pace e fiducia quel che Dio ti manderà: che per te Egli abbia in serbo uno sposo o che ti abbia riservato un’altra via per renderGli lode, lo capirai. Ma non lasciare che una falsa e ristretta visione della sessualità, regalo gratuito e immenso del Signore, ti privi del naturale piacere che Dio ha inserito nel tuo corpo, si tratti della vagina, del clitoride, dell’ano, dei capezzoli o di qualche altra parte che generi godimento e profusione liquida dal condotto vaginale. Se – per pudore o scarsa dimestichezza col tuo corpo – non riesci a toccarti e a eccitarti, ti do questo consiglio, che mi è stato spesso di grande utilità. Sdraiati nuda sul letto, con un cuscino sotto le natiche, spalanca le cosce e cerca di immaginare nella tua mente questa scena: la Madonna, accucciata a gambe aperte sopra il Venerabile Volto di san Giuseppe, sdraiato sotto di lei (cfr. Aaron Mutalbesky, Face-sitting in the Holy Bible, New York, Lazarus & Co., 1999, pp. 7-85, spec. le illustrazioni delle pp. 67-82), che gli spalanca con le dita l’apparato ano-vaginale, mostrandoGli l’ampia e netta visione della sua vagina spalancata e di tutta la zona perianale; immagina la lingua del Suo Castissimo Sposo che percorre il perineo, che titilla l’ano, che vellica il clitoride eretto e tremante, che si attarda nelle pieghe delle natiche estroflesse, che saetta nella vagina con sapienti e lancinanti guizzi; immagina il Padre putativo di Gesù, nella cui bocca colano – dalla profondità vaginale – come cascata i succhi torbidi e impregnati, che lecca la vagina fradicia e fremente, che ne succhia golosamente i contorni, che fa ergere con la lingua l’Ineffabile Clitoride e che alla fine fa esplodere la Sua diletta Sposa nell’urlo liberatorio dell’orgasmo, mentre i fiotti dei fluidi espulsi durante la Santa Eiaculazione Virginale (tra i quali, abbondantissimi, i liquidi di godimento prodotti dalla Santissima Uretra) lo inzuppano e la acquietano.

Immagina la Santa Vergine, stremata dalla successione orgasmica, che si abbandona sul petto del suo amatissimo sposo, cosciente sia della necessità della preservazione della sacra membrana sia del doveroso e gioioso compito di condividere con il Suo compagno i piaceri carnali che Dio, nella sua immensa bontà, ha riservato agli sposi che in Lui vivono. Immagina san Giuseppe, che ancora attarda le dita tra le grandi labbra, che ancora accarezza il Monte di Venere della Sua Compagna di Santità, che sfila il medio dall’Ano Santo ancora caldissimo della Sua Sposa, che si succhia le dita impregnate dell’odore e del sapore di quei meravigliosi liquori secreti da Colei che fu scelta dal Signore e che raccoglie con la lingua le ultime stille d’umore che ancora gocciolano dalla rossa ferita pulsante che si apre tra le gambe spalancate di Maria Santissima; immagina la Sacra Coppia che sorride nel sentire il buffo rumorio dell’aria che fuoriesce borbottando allegra dal pertugio vaginale della Sempre Vergine, così dolcemente straziato e appagato.

Immagina questo e lascia che la tua mano vaghi sicura verso il giardino delle delizie che ti fiorisce tra le cosce: Dio, che di questo portentoso dono è il Fabbro Supremo, non l’ha certo fatto perché appassisse intatto e disseccato.

Ti abbraccio in Cristo,
Mafalda

mercoledì 8 maggio 2013

La dolcezza del missionario



«Caro fratello Joseph, mi chiamo Piro-Piro, che nella vostra lingua significa “Uomo il cui colore degli occhi ricorda le tinte dorate di un tramonto sul Bosforo, visto però dal quartiere di Beylerbeyi nella parte anatolica di Istanbul” (nella nostra, invece, significa “Dal passo felpato come i Monotremi dalla lingua vischiosa”) e faccio parte della tribù degli Anga (ramo cadetto), stanziata all’interno delle foreste pluviali tropicali più recondite della zona di Aseki (a Mumeng-Labuta, più precisamente), nel distretto di Menyamya della provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea. La nostra tribù è quasi del tutto sconosciuta, non ha fino a ora mai avuto rapporti con altri gruppi sociali (a parte il popolo dei Wau-Bulolu, nostri acerrimi nemici) e vive ancora come vivevano i nostri avi. Non conosciamo la scrittura e il nostro sistema di numerazione contempla solo quattro numeri: ashz-lebr (zero), ph (uno), phh (due) e yeyh (dal 3 fino al 17.474, poiché nelle nostre terre non c’è nulla che conti più di 17.474 unità, a parte forse le zanzare). Noi ci troviamo bene, anche se ciò forse spiega una certa animosità, specie nei commerci: l’altro giorno Bein-Trahkl, che mi doveva yeyh ciotole di taro, che gli avevo prestato mesi addietro, me ne ha restituiti, appunto, yeyh: ma il suo yeyh ammontava a phh + phh, mentre io era certo di avergliene prestati proprio yeyh, cioè 101. Abbiamo chiesto allo stregone, che funge anche da mediatore, che ha confermato che l’ammontare del debito era esattamente yeyh ciotole di taro. Non credo ne usciremo. Ma la cosa più importante è che pratichiamo il cannibalismo alimentare, sia nella forma endocannibalica sia in quella esocannibalica. Da poco tempo mi sono convertito al Cristianesimo e un problema mi angustia: sento il bisogno di parlarne con qualcuno. Tutto è cominciato 6 mesi fa, quando con alcuni membri della tribù mi trovavo a caccia vicino alla radura dell’albero morto. Mentre stavamo tendendo l’agguato al babirussa, che noi mangiamo con una certa voracità, abbiamo visto una piroga scendere lungo il fiume. A bordo vi erano tre esseri, molto strani sia per la foggia delle vesti sia per il colore dell’incarnato: erano bianchi come il latte del facocero. Subito abbiamo pensato fossero dei ropen (specie di mostri mangiabambini secondo la nostra religione, che è di tipo animista, temperata però da elementi di primitivo monoteismo) sotto mentite spoglie, e quindi li abbiamo bersagliati con frecce, zagaglie e pietre lanciate con la frombola, catturandoli. Ci siamo subito accorti che quei tre avevano l’apparenza di uomini, per quanto strani: li abbiamo perciò portati al nostro villaggio. Due erano morti e quindi li abbiamo subito mangiati, anche perché era giorno di festa; il terzo era solo ferito di striscio ed essendo magro come un chiodo, l’abbiamo rinchiuso in una gabbia per ingrassarlo un po’, prima di eviscerarlo e farne la pietanza principale del successivo banchetto. A me è stato affidato il compito di provvedere al suo nutrimento, dandogli specialmente foglie di aibika (Abelmoschus manihot, appartiene alla famiglia delle Malvacee) e uova di bilu (un volatile che fa parte degli uccelli passeriformi, nome scientifico Amblyornis macgregoriae), che sono molto caloriche. Vivendo accanto a lui mi sono accorto che parlava bene la nostra lingua e abbiamo conversato parecchio. In breve: era un missionario mandato nelle nostre terre per civilizzarci. Con me ci ha messo poco, anche perché non è che vivere in una foresta alluvionale e cacciare l’echidna dal becco lungo di Sir David sia tutto ‘sto spasso. Quindi mi ha battezzato (col nome di Emanuele Filiberto) e sono diventato cristiano. A forza di chiacchiere e ridendo e scherzando, ha però messo su un venti chili e quindi gli anziani della tribù hanno deciso di usarlo per il banchetto del 12 maggio (festa della mamma). Ho cercato di convincerli a non farlo, esortandoli alla moderazione e alla temperanza; ho invocato la misericordia divina e umana, invitandoli a pentirsi e a cambiare vita, seguendo l’esempio di Nostro Signore, che è morto anche per i peccati cannibaleschi, ma niente da fare: come parlare a quel muro. Anzi, ho persino rimediato, proprio dietro l’orecchio, un colpo di keteriya (un’ascia da battaglia molto diffusa da noi) da Iro-Nigo, notorio goloso. Morale della favola: padre Epitaffio, questo il suo nome, è finito arrostito sulle sacre pietre del fuoco del villaggio. Ora io mi sento colpevole per non averlo salvato e temo di andare all’inferno, argomentazione sulla quale il buon Epitaffio, nei momenti convulsi della sua estrazione dalla gabbia, insisteva con una certa vivacità dialettica, anche se non con la lucidità, la pacatezza e la bonomia che aveva dimostrato nei nostri lunghi conversari pre-eviscerazione, specialmente dopo una frittata di 12 uova di bilu. E fosse solo questo: mio padre e i miei fratelli sono stati tra i più entusiasti partecipanti al festino, tanto che la sacca testicolare del buon Padre ora fa bella mostra di sé al collo del mio papà come borsa da tabacco. Io sono in ambasce anche per la loro sorte eterna, perché sono comunque parenti e mi scoccerebbe saperli a bruciare nel fuoco inestinguibile. Vi chiedo perciò: siamo condannati tutti quanti ad arrostire nel luogo della sofferenza senza fine e senza requie? Grazie cari fratelli, se potete rispondetemi per posta, perché qui è meglio non venire, ché babirussa e facoceri ce ne sono pochi e la gente ha fame. Piro-Piro (Emanuele Filiberto), Papua Nuova Guinea.  
(scritto sotto dettatura - Ufficio postale di Port Moresby)» 

Caro Fratello nella Fede, non devi temere alcun male: questa è la prima cosa che mi sento di dirti. Nostro Signore Gesù Cristo non ha mai condannato il cannibalismo e quindi, sul punto, mi pare opportuno tranquillizzarti. C’è, è vero, un breve e probabilmente apocrifo accenno al cannibalismo in Le 26, 27-29, dove è aspramente condannata tale pratica, ma la miglior dottrina (fra i molti, puoi consultare: 
Holbrook F.B. (1986). Seventy weeks, Leviticus, and the nature of prophecy, Washington, D.C., Biblical Research Institute: 346-394;

Mayjee,  Philip (2011). Leviticus in Hebrews. A transtextual analysis of the tabernacle theme in the Letter to the Hebrews, Bern-Oxford, Peter Lang: 33-75;

Bibb Bryan D. (2009) Ritual words and narrative worlds in the book of Leviticus, London-New York, N.Y., T & T Clark: 130-182)
ritiene che la maledizione si applichi solo al cannibalismo rituale. Mangiare un morto non sarà il massimo del bon ton, ma di sicuro non è contrario alle Verità della nostra Santa Fede. Diversa è la questione dell’omicidio, perché è questa, la faccenda principale. Su questo non si scherza: la nostra Santa Religione non ammette l’omicidio, se non nei casi previsti dal Catechismo della Chiesa Cattolica (d'ora in poi, per comodità, CCC) e dal Codice di diritto canonico, e tra questi la fattispecie da te descritta non rientra. Quindi: si può mangiare un morto, ma non si può uccidere un vivo solo per mangiarlo (a meno che la finalità edule non sia la conseguenza non voluta e non premeditata di una Santa Azione a Difesa dell’Unica Fede, come il rogo di un prete modernista o la soppressione di un celiaco). Qui, per scampare alla giusta punizione che il Signore ha stabilito, fin dai tempi di Mosè, per coloro che privano della vita un fratello, occorre seguire la procedura del caso: ammissione sincera e accorata del peccato mediante confessione auricolare a un presbitero, pentimento franco e leale (nella forma della contrizione, ci raccomandiamo, non dell’attrizione, che non serve a nulla, anzi, è quasi peggio), accettazione della pena inflitta dal sacerdote, espiazione secondo le modalità e i tempi indicati nell’irrogazione della penitenza, riparazione al male commesso, in forma specifica laddove possibile o in forma monetaria, se la via della riparazione per equivalente fosse impedita dalle circostanze fattuali: ad esempio, lo stupratore deve pagare le spese per la chirurgia plastica di ricostruzione dell’imene, se la congiunzione carnale forzata in vaso debito è avvenuta a danno e vituperio di una donna non già deflorata; ma se la verga fosse stata introdotta contro la volontà della femmina in una vagina che già fosse stata percorsa legittimamente e in profondità da uno o più peni o se l’inserzione del membro virile fosse avvenuta solo nel di lei ano e non ci fosse necessità di interventi medici (vuoi per le misere dimensioni dell’asta fallica, vuoi per la particolare cedevolezza del tessuto sfinterico della donna, vuoi per l’uso di specifici lubrificanti durante l’atto sodomitico, vuoi per la collaborazione della femmina, la quale avesse ad esempio rilassato il muscolo anale e assecondato, con sapienti allargamenti del pertugio escretore, la spinta propulsiva dell’asta carnosa e turgida), allora la riparazione assumerà la forma del risarcimento del danno monetizzato al tasso di cambio attuale e secondo l’andamento dello spread e dell’Euribor, oltre ai canonici dieci PaterAveGloria. Tornando a noi, dicevamo del cannibalismo praticato nei confronti di un uomo ucciso al solo scopo di volerlo divorare: e qui il peccato mortale è evidente. Bisogna però ricordare che, se la materia è, per il Catechismo della Chiesa Cattolica, indubitabilmente grave (CCC, n° 1858), per meritare l’inferno occorrono anche la piena avvertenza e il deliberato consenso (CCC, n° 1859): e non mi pare che dei selvaggi trogloditi, lussuriosi e compulsivi come dici siano i tuoi simili possano essere in grado di capire che uccidere il prossimo (per mangiarlo, per imbalsamarlo o per miniaturizzarne la testa come gli indios Yanomani, la cosa non rileva) è peccato. Vogliamo intendere: l’hanno sempre fatto, da che mondo è mondo, come possono sapere che è sbagliato? Nessuno gliel’ha detto, che è peccato: sono come degli animali, innocenti e puri, per quanto disgustosi.

Ci direte: e la legge naturale, eterna e immutabile? 

“Presente nel cuore di ogni uomo e stabilita dalla ragione, la legge naturale è universale nei suoi precetti e la sua autorità si estende a tutti gli uomini” (CCC, n.1956)

 E si deve forse ignorare la basilare affermazione della Chiesa del Signore (CCC, n° 1860), giusta la quale – se l'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave – si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo? Benedetti figlioli, ma il Catechismo lo si deve leggere tutto, mica lo si può spezzettare e becchettare a piacimento. 

“Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare” (CCC, n° 846)

Qui ci sono da precisare due cose. La prima è che Dio è Creatore di ogni cosa, vivente e non vivente, anche quindi dei membri della tribù di Emanuele Filiberto. È innegabile che a costoro la Rivelazione Cristica del Verbo Incarnato non è mai arrivata, visto che la Vera Religione si è sviluppata, nello spazio e nel tempo, secondo direttrici ben precise fissate fin dall’Eternità in conformità al Piano Divino, che non ci è dato conoscere nella Sua Complessità. Ora, se la direttrice Gerusalemme-Roma, tanto per dire, o quella Efeso-Corinto, sono state ampiamente percorse dai fedofori glossolalici itineranti fin dal tempo dei primi Apostoli, non pare che la tratta Cafarnao-Aseki-Mumeng-Labuta (distretto di Menyamya, provincia di Morobe, Papula Nuova Guinea) sia stata particolarmente trafficata. Il perché, Dio solo lo sa: quel che è certo che quei selvaggi non ne hanno mai saputo nulla, dei Misteri della Nostra Bella Fede. Quindi, se Dio li ha creati cannibali, chi siamo noi per dire che devono andare all’inferno? Che ne sapevano, loro, che non si mangia la gente? O vogliamo forse pensare che Dio ha voluto fare delle preferenze, rivelandosi inizialmente (e poi per lunghissimi secoli) solo agli ebrei, ai greci e ai romani e lasciando invece che i maori o i borneiani o i galapagosiani o i papuanuovaguineesi continuassero la loro vita peccaminosa per poi ficcarli nelle fiamme dell’inferno così, senza che loro nemmanco sapessero che ci fosse, l’inferno? Non vi parrebbe, questa, un’ingiustizia indegna della Perfetta Bontà e dell’Assoluta Misericordia di Colui che è, che era, che fu, che sarà, che sarà stato e che fu stato? Ma lo sapete che c’era una popolazione, in Patagonia, che aspirava il fumo sprigionatosi dallo sterco di guanaco essiccato (bruciato appositamente in specifiche cerimonie), raggiungendo in tal bizzarro modo una specie di trance? Qui le ipotesi sono due: o tra i patagonici regna satana, e quindi Dio non ha alcuna autorità su di essi, ciò che è blasfemo solo pensarlo; oppure anche i patagonici sono figli di Dio, com’è naturale che siano, e quindi a Dio va benone che i patagonici si pippino il fumo di sterco incandescente del guanaco. Avrà i suoi motivi per permetterlo: possiamo forse noi sindacare le scelte di Nostro Signore? O vogliamo forse pensare che tutto dipenda dal caso? Mettiamo che uno spericolato e ben palestrato missionario si spinga fin nelle foreste di Sarawak a portare la Buona Novella agli Iban: e se gli si rompe la pagaia? E se cozza contro un banco di sabbia e finisce a mollo, salvandosi per miracolo dal coccodrillo appostato per azzannarne le terga? Lo obbligate voi, a trovare un’altra canoa, se siete capaci: quello lì, secondo noi, chiederà di essere assegnato a una parrocchia di Centocelle, che sarà quel che è, ma almeno non si sbatte contro i coccodrilli e non si finisce a bagno tra i piranha. E se si prende uno stiramento al muscolo coracobrachiale e non riesce a raggiungere il villaggio dei cannibali e gli tocca fermarsi alla stazione di posta della Compagnia delle Indie e lì si becca la malaria e decede? Non penseremo mica che è colpa dei selvaggi se il missionario non aveva le braccia come i fratelli Abbagnale, si spera. E mettiamo pure il caso che il missionario ci arrivi, tra i selvaggi cannibali e questi, come sono soliti fare con gli estranei, gli tirano una cerbottanata al curaro: addio missionario e addio evangelizzazione, ma anche in questo caso non è colpa dei cannibali, che hanno solo fatto quello che Dio gli ha insegnato a fare: tirare frecce, mangiare babirussa e, se del caso, anche esseri umani. Quindi, secondo la nostra esperienza e la nostra conoscenza delle cose umane e divine, i parenti di Emanuele Filiberto possono stare tranquilli, giacché l’inferno è riservato ai peccatori veri. E qui veniamo alla seconda questione che volevamo affrontare. Il n° 846, sopra ricordato, recita: “non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare”. Lo riproponiamo testualmente perché qui bisogna fare tanto di cappello all’estensore del Catechismo, tanto l’avvertimento è formulata in maniera straordinaria. A prima vista, sembra condannare all’inferno gli eretici, gli scismatici e gli apostati. Ma se lo si legge bene, se avrà la prova definitiva dell’assoluta bontà e misericordia della Santa Romana Chiesa. Perché ciò che l’Eterna Sposa del Signore vuol dire è che finiranno all’inferno solamente coloro che, pur sapendo (leggi: pur sapendo realmente) che la Chiesa è l’unico mezzo di redenzione, rifiutano la Chiesa medesima. Fuori di metafora: l’inferno è destinato a chi, pur sapendo che l’unica via per la Salvezza eterna è la Chiesa di Roma, ha consapevolmente rifiutato di far parte di quest’ultima; chi non lo sapeva, o non lo sapeva bene, o ne aveva un vago sentore ma non la certezza, o lo sospettava, costoro sono salvi e destinati al Paradiso. Quindi basterà dire, nell’ora del giudizio supremo: “Ma io mica lo sapevo, che la Chiesa era l’unica redentrice”. E se qualcuno ribattesse “Ma come non lo sapevi? Ma se te l’ha detto il parroco in persona, padre Epicarmo, c’ero lì anch’io, ricordo benissimo”, la risposta salvifica sarebbe a portata di mano: “Oh, a parte che quella volta lì avevo il raffreddore e non ci sentivo bene, per quello che ne sapevo il parroco poteva essere un impostore, e io agli impostori non ci credo. E comunque si sapeva benissimo che quel parroco lì era uno di cui ci si poteva fidare poco, mi avevano detto che faceva la cresta sulle offerte della san Vincenzo, ti pare che a uno così gli si possa credere? No, fratello carissimo, io non sapevo veramente che la Chiesa era l’unica salvezza: e se non lo sapevo veramente, non mi potete spedire all’inferno, che il Signore mi perdoni l’orgoglio presuntivo”. Eventuali repliche del tipo: “Ohé, giovine, troppo comodo, cavarsela così: tu lo sapevi, non puoi negarlo” sarebbero facilmente neutralizzabili: “No, dilettissimo fratello in Cristo e nella Fede: un conto è che te l’abbiano detto, un conto è saperlo: che me l’abbiano detto sarà anche vero, ma che io lo sapessi è tutto da dimostrare. Ad esempio: mi hanno detto più volte, anche quel santissimo ebdomadario che è Famiglia Cristiana, che Berlusconi va con le ragazze facili; ma io, che lo faccia o l’abbia fatto, non lo so realmente. Mica c’ero, io, nel privé. Quindi, come non posso dire di sapere veramente che Berlusconi paga le signorine (anche se magari lo suppongo; anche se lo posso ipotizzare: ma saperlo davvero, non lo so), allo stesso modo io non posso dire si sapere che la Chiesa cattolica è necessaria per la Redenzione: lo immagino; mi pare un’ipotesi corroborata da una sua solidità estrinseca e intrinseca; non mi riesce del tutto inimmaginabile; ci sono testimoni di questa eventualità dotati di una certa attendibilità: ma saperlo davvero (perché quel “non ignorando” vuol dire “sapendo”) mi pare eccessivo”. Poi dobbiamo aggiungere che, a mente del n° 847 del CCC, l’inflizione della dannazione eterna a quelli che “non ignorano” non si applica a coloro che, senza loro colpa, non conoscono Cristo e la Chiesa: infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14). A noi pare che quei boscimani o ottentotti o zulù o daiaki o come si denominino comunque i selvaggi di cui parla il nostro Fratello Emanuele Filiberto siano sinceramente alla ricerca di Dio: se poi gli evangelizzatori si presentano non invitati, di soppiatto e vestiti in maniera strana, non è che poi si possono lamentare che gli hanno tirato la zagaglia nella schiena: dovevate avvisare con i segnali di fumo o con il tam-tam, mandare un dispaccio, farsi precedere da Zambo, la guida ammaestrata: insomma, un minimo di buon senso e di buona educazione. Quindi, caro Fratello, stai tranquillo, sia per te sia per i tuoi cari: finché arrostite uno zio morto di morte naturale o un avversario ucciso per legittima difesa, va bene, non è peccato; certo, esteticamente e culinariamente noi opteremmo per l’imbalsamazione, per l’incinerazione o per l’ordinaria inumazione in terra consacrata, ma l’importante è che non uccidiate un uomo per mangiarlo, perché non si può: il Decalogo parla chiaro. A presto, fratello caro: ci auguriamo tu ti sappia fare apostolo in quelle terre lontane, desolate, acquitrinose, malariche, infette e prive del Conforto della Lieta Novella, terre nelle quali però, da oggi, sappiamo essere germogliata la gemma delle fede: a te il compito di tenerla viva, e propagarla, ad maiorem Dei gloriam. A ciò noi innalzeremo auspici, lodi e intenzioni all’Altissimo. Buona fortuna. Che 20 kiloJesus di benedittanza si posino su di te,
Joseph

mercoledì 1 maggio 2013

Pregare Gesù per lo sviluppo del pene




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Caro Sig. Moreno,
io sono un giovane molto educato nella religione cristiana e vorrei chiederle se commetterò peccato per quanto ho intenzione di fare.
Sono un po' magrolino da sempre e invidio i miei amici robusti che piacciono alle ragazze. Molto spesso quando ci troviamo per la partita di calcetto, poi nello spogliatoio i miei amici fuori dalla doccia si misurano tra di loro la nerchia per vedere chi ce l'ha più lunga e più grossa. Certi di loro vedo che hanno la cappella come una brocca. Io ho un bigolino minuscolo in confronto e mi vergogno di mostrarlo così non mi faccio mai la doccia e arrivo a casa che puzzo.